L’abbinamento  benessere e dolore è sicuramente universalmente riconosciuto come l’esempio più immediato di incompatibilità assoluta. Non può esservi benessere in presenza di dolore  e se c’è dolore non può esservi benessere.
Ma cosa intendiamo realmente per dolore, risulta essere un concetto intuibile ma non sempre facilmente esplicabile.
Il dolore rappresenta il mezzo con cui l'organismo segnala un danno tessutale.
Secondo la definizione della IASP (International Association for the Study of Pain - 1986) e dell'Organizzazione mondiale della sanità, il dolore «è un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno».
Esso non può essere descritto semplicemente come un fenomeno sensoriale, bensì deve essere visto come la integrazione di:
- una parte percettiva (la nocicezione)  che costituisce la modalità sensoriale che permette la ricezione ed il trasporto al sistema nervoso centrale (SNC) d stimoli potenzialmente lesivi per l’organismo;
- una parte esperienziale (quindi del tutto privata, la vera e propria esperienza del dolore) che è lo stato psichico, spesso identificato come paura, collegato alla percezione di una sensazione spiacevole.
Il dolore è fisiologico, un sintomo vitale/esistenziale, un sistema di difesa, quando rappresenta un segnale d’allarme per una lesione tissutale, essenziale per evitare un danno. Diventa patologico quando si automantiene, perdendo il significato iniziale e diventando a sua volta una malattia (sindrome dolorosa). 
Indagini epidemiologiche condotte in vari paesi europei hanno dimostrato che, in Italia, il dolore cronico affligge 1 cittadino su 4 (circa 15 milioni di italiani), per un periodo medio di 7,7 anni e che 1/5 circa di questi soffre di dolore per oltre 20 anni.
Questi dati mettono in luce la dimensione del problema che non affligge solo i pazienti affetti da patologie oncologiche, ma anzi è particolarmente sentito ed impattante nei pazienti affetti da patologie quali artriti, artrosi, fibromialgia, osteoporosi, diabete, cefalea, nevralgie. È stato pubblicato recentemente un articolo inerente a una survey condotta tra pazienti di 13 Paesi europei (tra i quali anche l’Italia) affetti da dolore non oncologico e seguiti dal gruppo di ricerca per un anno (O’Brien T., Breivik H.: The impact of chronic pain. European patient’s perspective over 12 months. Scandinavian Journal of Pain. 2012;3:23-29):
 - I dati emersi evidenziano come il 95% dei pazienti coinvolti nell’indagine avesse, dopo 3 mesi di osservazione, un dolore ancora d’intensità a partire da moderata; di questi il 47% attribuiva al dolore un’intensità severa con una durata superiore ai 2 anni. I pazienti coinvolti nello studio hanno inoltre dichiarato che il dolore da loro provato si ripercuoteva in maniera negativa sulla loro capacità di condurre una vita normale: nel 73% dei casi avevano difficoltà a svolgere le attività di tutti i giorni, come i lavori domestici o le occupazioni familiari e ricreative, nel 68% il dolore influiva sulla capacità lavorativa, nel 46% alterava i rapporti familiari e sociali, nel 60% alterava la qualità del sonno e nel 41% le relazioni sessuali.
Non solo, il dolore è risultato abbia influito anche sullo stato emotivo delle persone colpite: il 44% di loro si è sentito solo nella propria malattia, 2/3 si sono sentiti ansiosi e depressi e per il 28% di loro il dolore era così forte che avrebbero preferito morire.
Questo è il legame esistente tra dolore e benessere: una delle cause maggiori di disturbo del benessere è il dolore.
La terapia del dolore non è ancora divenuta un patrimonio comune alla classe medica e a tutti gli operatori che a qualunque titolo hanno contatto con il malato. Il nostro paese è agli ultimi posti in Europa nel consumo di morfina.
I progressi della farmacologia degli ultimi 20 anni consentono di controllare e ridurre il dolore nel 90 per cento dei casi. Eppure nei nostri ospedali si soffre ancora di dolore acuto postoperatorio e nella vita quotidiana di dolore cronico quando dalle malattie non si può più guarire.
Tra i dolori acuto-cronici assai impegnativi da curare vi è il  dolore neuropatico la cui incidenza è sottostimata a causa di una sua non sempre facile individuazione.
Particolare attenzione viene richiamata in questi ultimi tempi al dolore da ulcera cutanea. Esso presenta i caratteri dell’acuzie ma anche quelli della cronicità normalmente trascurati dagli operatori sanitari perché il dolore viene generalmente ritenuto, sia dai medici che dagli stessi malati, un prezzo da pagare sempre e comunque alla malattia. 
Una certa responsabilità della deficiente apertura alla comprensione e al corretto trattamento delle sindromi algiche è stato attribuito alla "cultura cattolica” che vedrebbe il dolore come forma di espiazione. Pur riconoscendo che ciò possa essere accaduto presso qualche associazione religiosa, la posizione ufficiale della Chiesa Cattolica è desumibile in modo inequivocabile da un documento di Pio XII agli anestesisti del 24 febbraio del 1957: "La soppressione del dolore e della coscienza per mezzo di narcotici (quando è richiesta da una indicazione medica) è permessa dalla religione e dalla morale al medico e al paziente".
L'algologia, o terapia antalgica, detta anche terapia del dolore o medicina del dolore consiste nell'approccio terapeutico,  scientifico e soprattutto culturale al trattamento del dolore.
Il dolore rende spesso il soggetto inabile sia da un punto di vista fisico sia emotivo.
Il dolore acuto relativo a un trauma fisico è spesso reversibile naturalmente.
Il dolore cronico, invece, generalmente è causato da condizioni solitamente difficili da trattare. Talvolta i neurotrasmettitori continuano a inviare la sensazione del dolore anche quando la causa scatenante non esiste più; per esempio un paziente a cui è stato amputato un arto può provare dolore riferito all'arto che non c'è più (sindrome dell’arto fantasma).
Il trattamento con mezzi farmacologici è composto principalmente da analgesici non oppioidi, oppiacei, antidepressivi triciclici, anticonvulsivanti, mentre le tecniche non farmacologiche più utilizzate sono la stimolazione con mezzi fisici come campi elettrici, campi magnetici, laser, ma anche la semplice  applicazione di freddo o calore.
Il medico che si occupa di terapia del dolore è storicamente l'anestesista. Il contributo specifico dell'anestesista è costituito da qualcosa in più della semplice terapia medica: la sua formazione culturale è incentrata sulla modulazione della trasmissione del dolore nel  sistema nervoso mediante somministrazione di anestetici (blocchi nervosi) o altri strumenti di interazione col tessuto nervoso, il più delle volte come correnti elettriche (radiofrequenza, stimolazione nervosa midollare o di nervi periferici), ma anche sistemi diversi di contro stimolazione quali la neuralterapia o la mesoterapia.
Il 15 marzo 2010 il Parlamento Italiano ha licenziato una legge in cui si afferma il diritto alla cura del dolore per ogni individuo indipendentemente dalla malattia e dall'età. Con la Legge 38/2010 art.7 il dolore rientra come quinto parametro vitale, da rilevare e monitorare.

Il Dott. R. Cappelletti per oltre un trentennio si è interessato di terapia antalgica, gestendo  per oltre un decennio uno dei primi centri di terapia del dolore in Campania, progettando e realizzando  tra l’altro apparecchiature specifiche ed innovative per la terapia del dolore. Senza alcun dubbio nel suo bagaglio culturale la Neuralterapia riveste un ruolo molto importante. Da oltre un ventennio sono alcune migliaia le persone trattate.
Parlando di benessere, indubbiamente la neuralterapia, ma anche altre tecniche di contro stimolazione come la TENS e la ENS devono avere un riconoscimento di validità essenziale.
Quanta gente soffre per anni di disturbi cervicali o lombari che rappresentano un vero handicap per godere anche dei piaceri più semplici, utilizzando spesso farmaci quasi sempre inefficaci se non dannosi. Con il passare del tempo, poi i disturbi funzionali, diventano organici, ritrovandosi con artrosi invalidanti e sempre più dolorose.
Nel nostro piano benessere quindi non poteva mancare la terapia antalgica, pilastro portante per chi ha sperimentato anche solo transitoriamente il disagio di una patologia dolorosa cronica.

La ricompensa più appagante per chi si interessa di benessere è il sentire il proprio paziente felice di aver riassaporato il piacere della non sofferenza.

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